Trash Time – The Room: storia di un capolavoro involontario

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Eccoci con una nuova rubrica, che spero gradirete (perlomeno, se non siete troppo deboli di stomaco): Trash Time!
Ovvero, l’analisi dei più “belli” film brutti mai realizzati. Opere talmente orrende da trascendere il concetto stesso di orrido per trasformarsi in capolavori involontari della comicità. Flop che diventano mito.
E si parte con un pezzo da novanta: The Room, opera prima di Tommy Wiseau, anno (poco) di grazia 2003.

Innanzitutto: chi è Tommy Wiseau? Nessuno con precisione lo sa. Le informazioni sul web sono poche.
Probabili sono le sue origini dell’est Europa – segnatevi questo particolare, perché non sarà di poco conto nella visione del film – anche se egli si spaccia per americano al 100%.

La sua figura è talmente mistica da avere ispirato un intero film biografico realizzato da James Franco nel 2017: The Disaster Artist, incentrato in particolare sulla realizzazione di The Room.

Nel frattempo la pellicola si costruiva un proprio seguito di fedelissimi durante le varie proiezioni di mezzanotte nei cinema di ultima categoria, fino a guadagnare l’appellativo, non si sa quanto edificante, di “Quarto potere” dei film brutti.

The Room con le sue ottime recensioni

La ragione di questo “successo” sta nel fatto che non si tratta di una commediola scadente o una baracconata volutamente kitsch nello stile dei vari Sharknado e altri della famigerata Asylum Pictures – che negli anni è diventata un po’ La Mecca per gli aficionados della monnezza – no, il bello (per quanto tale aggettivo sia del tutto relativo in questo contesto) sta proprio nel suo essere così genuinamente trash.

Il film era stato in origine concepito come un dramma romantico a tinte nere, stando alle parole dello stesso autore, addirittura ispirato dalle migliori opere di William Shakespeare.
In realtà è la banale storia di un triangolo amoroso finito in tragedia, o meglio, tragicommedia.

The Room riesce difatti a strappare diverse lacrime, seppur per i motivi opposti a quelli prefissati.
Gli oltre 90 minuti di visione si trasformano in una gara di meme tra dialoghi assurdi e la performance attoriale sopra le righe di Tommy Wiseau, che evidentemente sentiva il proprio genio limitato dal semplice ruolo di regista.

Il triangolo sì: Lisa, Johnny e Mark

Johnny-Wiseau vive a San Francisco con la fidanzata Lisa, che sogna un giorno di sposare.
Ma tra il dire e il fare c’è di mezzo il mare, anzi, Mark, il belloccio incapace di farsi gli affari propri ma perfettamente capace di farsi la ragazza del migliore amico. Da qui il delirio totale.

Del tradimento si accorge chiunque eccetto lo stesso Johnny, troppo impegnato con le sue digressioni senza senso sulla vita e il sesso, a quanto pare vera e propria fissazione del nostro.

Avete presente quando la qualità di un film è talmente scadente da far pensare a un porno?
Ecco, in questo caso non andrete così lontani dalla realtà, dato che The Room si apre con una patetica sequenza d’amore tra Lisa e Johnny, degna del peggiore soft-porno di bassa lega,
con tanto di orrida musichetta r&b e, innovazione questa tutta wiseauiana, scene di sesso ombelicale.

Non avete letto male. C’è poco da stupirsi se poi la poveretta abbia deciso di andare a letto con un altro.

Johnny-Wiseau e la sua mira da rivedere

Per allungare il brodo, la storia si riempie di varie sotto-trame e personaggi inconcludenti.

Tra questi Denny, uno strambo quanto invadente ragazzino a cui piace osservare Lisa e Johnny che amoreggiano (magari vuole soltanto capire com’è farlo ad altezza di ombelico).
Mike e Michelle, una coppia di fidanzati utile solo a provocare ulteriore zizzania, e perfino uno psichiatra, Peter, che immaginiamo debba sentirsi a proprio agio in questo covo di matti in preda al caos.

Non mancano colpi di scena, risse e litigi, finte gravidanze, storie di droga, interminabili partite a football…

Ma il vero tocco di classe è il cancro al seno della madre di Lisa, buttato lì totalmente a caso e subito dimenticato manco fosse una semplice influenza (roba che negazionisti del covid, scansatevi!).

Lo stesso personaggio interpretato da Tommy Wiseau si rende protagonista di repentini cambi d’umore, alternando risate e urla, entrambe fintissime, all’interno anche di una medesima scena.

Tommy Wiseau e la sua performance “da urlo”

L’apoteosi si raggiunge nel finale, quando l’autore tenta di rileggere in chiave moderna la parabola dell’innamorato shakespeariano, costretto a togliersi la vita pur di porre fine alle proprie sofferenze.

Johnny, come Tommy, desiderava un epilogo diverso, dove la gente era in grado di riconoscere la bontà delle sue intenzioni, anziché tradirlo, prenderlo in giro o addirittura ridergli addosso.
The Room è la tragedia, quella sì, di un uomo convinto di realizzare un capolavoro… ma del trash!

Il vero dramma è infatti racchiuso nel finale del citato The Disaster Artist, più che nella morte di Johnny.

The Disaster Artist e The Room a confronto

Tommy Wiseau credeva così tanto nel progetto The Room da avere investito di tasca propria la bellezza di 6 milioni di dollari, cifra record per un lavoro indipendente, recuperata non si sa come e da dove.

Vedendo il risultato, tutt’altro che eccelso, viene da chiedersi come siano stati spesi tanti danari.
Vi basti solo sapere che il nostro, non conoscendo minimamente la differenza che intercorre tra analogico e digitale, girò il film in entrambi i formati spendendo il doppio di una ripresa normale.
E dato che prendere le cose in prestito è da poveracci, decise di acquistare personalmente tutta la strumentazione, contravvenendo alla semplice prassi dell’affitto come avviene per ogni casa di produzione.

Identico discorso per l’utilizzo dei set, dove piuttosto che una terrazza vera si è preferito optare per una ricostruzione in studio dotata di green screen, senza tenere conto dei vari errori di prospettiva visibili anche all’occhio più distratto.

Una istantanea del finale di The Disaster Artist

Inutile dire che i numeri al botteghino, degni da proiezione di parrocchia, non si avvicinarono lontanamente alla cifra dei 6 milioni di dollari, però successe qualcosa di magico. Lo racconta bene The Disaster Artist.

Alla prima in grande stile che Wiseau ha organizzato per il film, il pubblico reagisce contro le sue reali aspettative, schernendo la storia, la regia e la recitazione scadente con laute risate.
Tommy ci rimane talmente male da meditare di abbandonare la sala, ma sentendo gli applausi del pubblico capisce che, in un modo o nell’altro, è comunque riuscito ad avere una standing ovation tutta per lui.

Se ci pensate, può essere una bella storia di rivalsa individuale: meglio realizzare un banale film drammatico tra i tanti, di quelli che si dimenticano il giorno dopo, oppure entrare nella storia con il miglior film brutto di sempre?

Se non lo avete ancora fatto, vi invito a guardare The Room per trovare una risposta a questo quesito.
E ovviamente date un’occhiata anche a The Disaster Artist, che merita in quanto bel film, oltre che documento fondamentale per approfondire le contorte vicende di Tommy Wiseau.

A proposito, ricordate quando all’inizio accennavo alle sue presunte origini est-europee?
Non essendo The Room stato doppiato in italiano, sarete costretti a sorbirvelo in lingua
originale, con tanto di strampalato accento americano del protagonista.
Perché sono questi piccoli dettagli a fare grande (anche) un capolavoro del trash.

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