Timoria: viaggio senza vento nel rock italiano

Condividi sui social!

L’ultimo articolo sui Måneskin mi ha fatto parecchio riflettere sullo stato del rock in Italia. Il nostro, storicamente, è sempre stato un paese legato ad altre tradizioni come la lirica, il belcanto, la musica leggera, popolare e via. Inoltre, se si esclude la fortunata parentesi prog degli anni settanta, che comunque riprendeva un fenomeno di esportazione britannica, da noi non è mai esistito un movimento organico capace di definire in maniera chiara e identificava il fenomeno. Ciò non vuol dire che negli anni siano mancati validi esempi, anzi, di uno di questi oggi vorrei parlarvi: Viaggio senza vento (1993) dei Timoria.

Introduzione

Il gruppo nasce a Brescia nel 1985, scegliendo da subito di proporre musica rock cantata in italiano. Il nome Timoria deriva dal greco antico τιμωρια, pressapoco “vendetta”; la loro infatti vuole essere una rivalsa verso un ambiente musicale stanco e privo di idee. La scelta li ripaga poiché trionfano in vari festival per artisti emergenti e nel giro di pochi anni ottengono un contratto discografico con la major PolyGram. La band è formata da Omar Pedrini (chitarra), Francesco Renga (voce), Carlo Alberto ‘Illorca’ Pellegrini (basso), Enrico Ghedi (tastiera) e Diego Galeri (batteria). Dopo due validi album d’esordio, Colori che esplodono (1990) e Ritmo e dolore (1991), intervallati da una partecipazione al Festival di Sanremo con il brano “L’uomo che ride”, il quale ottiene un premio della critica riservato alle nuove proposte, il gruppo compie un mezzo passo falso con il terzo disco Storie per vivere (1992). Con il contratto in scadenza e un successo che tarda ad arrivare, i cinque decidono di giocarsi il tutto per tutto con un concept album, ovvero un album i cui brani seguono coerentemente lo sviluppo di una trama narrativa. Il risultato è Viaggio senza vento.

I Timoria nel 1993. Da sinistra: Enrico Ghedi, Omar Pedrini, Diego Galeri, Carlo Pellegrini, Francesco Renga

«Dopo una notte avida di emozioni Joe chiude gli occhi alla partita domenicale del quartiere, vinto dal sonno e dai dubbi. Viene svegliato dai calci dell’accalappiacani che lo costringe nell’incubo di un canile – prigione – lobotomia per uniformarlo. Joe, trovata una pistola dai tre colpi d’oro, uccide il suo guardiano. Comincia così la fuga, consapevole di ciò che si lascia alle spalle. Da lontano il veggente segue il suo cammino e prevede il loro incontro, grazie al quale Joe vivrà le sue visioni e i sogni che lo aiuteranno a diventare guerriero, per conquistare la libertà totale. La nuova forza gli permette di ripartire verso la Città del Sole dove conosce anche l’amore. Ora un desiderio più forte lo conduce sulla via del ritorno, alla realtà, armato del suo sorriso e della sua esperienza. Per gente degna di lui.» (Nota introduttiva nel libretto di Viaggio senza vento)

Joe è un tossicodipendente, che dopo aver toccato il punto più basso della propria esistenza decide di intraprendere un viaggio spirituale per rinascere come guerriero. Difficile descrivere in poche parole cosa quest’album abbia rappresentato per la scena rock italiana. Dalla scelta coraggiosa di proporre un concept in stile anni settanta (Tommy degli Who, ma non solo) allo stile musicale variegato che però, nel look e nel sound, strizza l’occhio alle tendenze grunge d’oltreoceano (Soundgarden in particolare). Tutti elementi che lo fanno diventare nel giro di pochi mesi il primo disco d’oro dell’indie rock italiano, in un’epoca in cui le vendite si sudavano copia per copia, spianando la strada ad altre band di successo venute dopo. Gli anni novanta sono effettivamente il decennio dorato del rock alternativo italiano, grazie anche a questi cinque ragazzi bresciani, che per primi hanno creduto nella possibilità di proporre un certo tipo di musica in lingua nostrana.

Viaggio senza vento

Ma torniamo al disco che ci interessa. Anche se è una pratica che poco apprezzo, in questo caso non ho altra scelta che ricorrere a un tradizionale track-by-track, una recensione cioè traccia per traccia, data anche l’impostazione dell’opera. Partiamo dall’opener “Senza vento”, una delle canzoni simbolo dei Timoria, nonché vero e proprio inno di una generazione smarrita come quella degli anni novanta. La canzone è sostenuta da un granitico riff di chitarra, mentre il cantato di Renga, aggressivo come non mai, dà voce alle speranze e ai sogni di chi ormai ha smesso di credere in tutto. Ed ecco che ci viene introdotto il protagonista della storia, “Joe”, tramite un breve intermezzo che prelude a quello che è il capolavoro dell’album: “Sangue impazzito”.

Terza traccia, aperta da un malinconico giro di chitarra, è la confessione dello stesso Joe, il quale seduto di domenica al campo del pallone, rivendica gli errori del proprio del passato, chiedendosi cosa lo abbia portato ad abbandonare ciò che aveva in favore dell’oscuro tunnel della droga (Correte di più / Sognando un futuro così / Vi guardo da qui / E penso che un tempo quel campo era mio / E mi chiedo perché / Un giorno ho detto addio”). Tutto funziona alla perfezione, dalla voce di Renga, capace di alternare momenti soffusi a grida disperate d’aiuto, che ben rendono lo stato mentale del protagonista, all’assolo finale di Pedrini.

Dopo questa cavalcata emotiva, il nostro si ritrova stordito sulle note del divertente funky rap di “Lasciami in down”, cantato dal bassista Illorca. Va infatti ricordato che siamo negli anni del crossover, dove il rock si ibrida con i più svariati generi, quali rap e funk. Si ritorna a uno stile più classico con la seguente “Il guardiano di cani”. Joe viene prelevato per essere portato in un posto, il quale più che un centro di disintossicazione ricorda un canile, dove i pazienti non vengono aiutati ma soltanto umiliati e costretti ad obbedire al padrone, come dei cani.

Nella sesta traccia, Joe prende coscienza della propria condizione, che lì c’è la cura giusta per non guarire mai”, così decide di sparare, accompagnato dalle note di un flauto, tre colpi d’oro alla testa del guardiano. Nei due pezzi successivi comincia “La fuga” che lo porta “Verso oriente”. Quest’ultima vede il contributo vocale di Eugenio Finardi, che duetta con Omar Pedrini su un tappetto di sonorità mediorentiali. Joe saluta la propria terra d’origine con la nona traccia “Lombardia”, sulla quale si staglia il violino di Mauro Pagani, altro ospite di rilievo.

Una breve strumentale, “Campo dei fiori jazz band”, introduce la ballad “Freedom”, pezzo solo piano e voce, in cui il protagonista urla al mondo la ritrovata libertà. Tuttavia il viaggio è ancora a metà. Per proseguire, ha bisogno di un veggente capace di illustrare il cammino, nella dodicesima traccia “Il mercante dei sogni”, uno degli episodi migliori dell’album, dove un ottimo giro di chitarra si accompagna alla tastiera di Enrico Ghedi.

Dopo aver superato il ponte, Joe è dunque pronto per correre verso “La città del sole”, ma prima di fare ciò, deve passare per “La città della guerra”. Qui lava tutti i suoi peccati, nell’orecchiabile “Piove”, trovando finalmente il coraggio di inseguire “Il sogno”. Il diciassettesimo brano, inizialmente pensato per essere la title track del disco, è un po’ la summa del viaggio interiore di Joe, ora in grado di distinguere tra il bene e il male, dualità contrastanti ma capaci di intrecciarsi “come serpenti in amore”.

Per ottenere la forza definitiva di un guerriero, Joe ha bisogno solo di un’ultima cosa, la più importante: l’amore. Lo trova grazie a una donna bellissima ne “La città di Eva”, evocativo pezzo in cui le voci di Renga e Pedrini si fondono alla perfezione, proprio come il protagonista e il suo ritrovato spirito. Il brano è intervallato da due riempitivi, “Frankenstein” e “Freiheit”, prima che il nostro eroe possa finalmente cantarsi “guerriero” nella ventunesima e conclusiva traccia (Il guerriero è vivo ed è tornato / E sa dare un senso a giorni inutili / Alla fine del tuo viaggio hai aperto la tua mente / Ora puoi tornare, ora è dentro te”).

I Timoria riescono a bissare il successo di Viaggio senza vento due anni dopo con 2020 SpeedBall (1995), disco dalle sonorità più ruvide del predecessore, dove il tema è stavolta quello delle nuove droghe: internet e la realtà virtuale. Il successo viene però seguito da vari problemi: Renga abbandona per dare il via a una carriera solista ricca di successo seppur distante dal rock di partenza, mentre il gruppo pubblica altri tre album con un nuovo cantante, Sasha Torrisi, senza eguagliare la magia del periodo d’oro, prima di sciogliersi nel 2003.

Una reunion oggi appare pressoché improbabile, sia per la nuova direzione stilistica intrapresa da Renga, che per i guai fisici di Ilorca (da anni costretto a vivere su una sedia a rotelle per via di un grave incidente automobilistico) e Pedrini (reduce da ben tre interventi al cuore, l’ultimo dei quali recentissimo). L’interesse verso il gruppo è comunque tornato a crescere con le recenti ristampe per il venticinquesimo anniversario rispettivamente di Viaggio senza vento (2018) e 2020 SpeedBall (2020). Pedrini stesso lo scorso anno ha dato alle stampe un live album interamente dedicato a Viaggio senza vento. Per il futuro mai dire mai. Il guerriero potrebbe non aver ancora esaurito del tutto il proprio viaggio.

Timoria – Viaggio senza vento (1993)
Voto: 8.5/10
Top tracks: “Senza vento”, “Sangue impazzito”, “Il mercante dei sogni”

Potrebbero Interessarti

Leave a Comment