Shang-Chi e la leggenda dei Dieci Anelli – Il primo film asiatico della Marvel

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L’universo Marvel si apre finalmente ai nuovi personaggi, benvenuto Shang-Chi!
Con la conclusione di Endgame era chiaro che tutto il Marvel Cinematic Universe sarebbe cambiato tra tanti addii e nuove aggiunte. Le varie serie andate in onda su Disney+ ci hanno permesso di attutire il passaggio tra il “vecchio” ed il “nuovo”, inoltre hanno sapute riempire il gap che si è creato nella release dei nuovi film a causa del Covid. Certo ci sono ancora dei dubbi su come le produzioni di film e serie tv saranno gestite, ma non ci aspettiamo di vedere strane scelte narrative come si è visto in passato (Agents of Shield?). In questo periodo di così poche certezze, sono arrivati i film della Fase 4 che per forza di cose dovevano aprire ancora di più la narrazione del franchise.

Il debutto di Shang-Chi credo si possa paragonare un po’ a quello dei Guardiani della Galassia, ovvero il successo inaspettato di un personaggio (o più) dei fumetti che difficilmente era conosciuto all’esterno della comunità di appassionati. Ovviamente il caso dei Guardiani fu davvero un fulmine a ciel sereno nel suo periodo, nel pieno della prima espansione narrativa del franchise il successo del film impensabile se consideriamo quanto fossero già conosciuti i soliti Iron Man e Capitan America. Al giorno d’oggi, invece, ci si aspetta che ogni film della Marvel sia un successo e questo film ha rispettato le attese. Nonostante le grandi aspettative, stiamo comunque parlando di un film dedicato ad un supereroe asiatico e questo portava con sé diverse sfide per la produzione.

Uno dei problemi che incorrono diverse pellicole fantasy (e non solo) dedicate al mondo asiatico è sempre stato quello di americanizzare o slegare la storia dalla sua cultura orientale. Gli esempi sono molteplici, da Death Note (2017) alla più recente serie tv Cowboy Bebop (2021). Alternando dei cast fin troppo occidentali, una riscrittura non necessaria della storia o anche il voler stare fin troppo vicini all’opera originale, quello che otteniamo sono prodotti i quali hanno perso l’appeal che si portavano con sé dal prodotto originale. In questo senso Shang-Chi e la leggenda dei Dieci Anelli è, a tutti gli effetti, il primo vero film asiatico della Marvel ed in controtendenza con tutto il resto del panorama cinematografico americano.

A cominciare dal regista Destin Daniel Cretton, tutto il resto del cast è composto per lo più da attori asiatici o americani di origini orientali. Una scelta assolutamente consona per la natura stessa del film, ma soprattutto è una scelta che ci fa capire quanto i nuovi supereroi non siano più l’intrattenimento preferito solo dall’americano medio. In origine il personaggio era stato creato da Steve Englehart (testi) e Jim Starlin (disegni) negli anni ’70, un periodo in cui le arti marziali erano all’apice della loro fama nel mondo dell’intrattenimento. Da quel momento in poi si è evoluto arrivando ad affiancare tutto il roster degli eroi Marvel in tante avventure, rendendo a tutti gli effetti il personaggio un’icona nel mondo fumettistico. Tornando ad oggi, il film è uno dei pochi che ha omaggiato le origini asiatiche che stanno alla base del personaggio invece che metterle da parte o ristrutturarle in diversi modi.

 

 

Rivediamo finalmente il vecchio Mandarino Trevor Slattery (Ben Kingsley)

A livello narrativo il film racconta la storia di Shang-Chi (Simu Liu) ed il suo rapporto complicato che ha con il resto della famiglia. Essendo il figlio del grande guerriero Wenwu (Tony Leung), ovvero colui che ha il potere dei Dieci Anelli, ha dovuto allenarsi duramente sin da piccolo per vendicare la morte della madre. Il conflitto tra la volontà del padre di avere il potere assoluto su ogni cosa e la sua di una vita più normale portano il ragazzo ad abbandonare la famiglia, la quale si sgretola del tutto quando anche la sorella Xiangling (Meng’er Zhang) abbandona il padre. Anni dopo Shang-Chi vive a San Francisco con un nuovo nome ed è accompagnato dalla sua simpatica migliore amica Kathy (Awkwafina) in una vita molto più normale. Una volta che il passato comincerà a rientrare nella sua vita, il ragazzo dovrà ricongiungersi con le sue origini e anche cercare di riunire la propria famiglia. A tutto ciò va ad unirsi un bel collegamento con quanto visto nei primi film di Iron Man, ovvero capiremo qualcosa di più sull’organizzazione criminale dei Dieci Anelli guidata da Wenwu. Nonostante un piccolo retcon legato al passato, alla fine è bello rivedere sotto un altro contesto l’inizio delle avventure di Tony Stark.

Era stato anche questo uno dei leitmotiv nella campagna marketing: introdurre gli spettatori a qualcosa di nuovo che si collega al passato, insomma una buona idea per giustificare l’assenza dei propri beniamini. Purtroppo la struttura del film non va affatto verso questa direzione dato che la storia è molto più “chiusa” di quanto ci si potesse aspettare. Anche se vengono un po’ tradite le aspettative create dai trailer, alla fine è molto meglio avere una pellicola che pone l’attenzione sui suoi personaggi e su cosa vuole raccontate. Nel corso della storia ci sono diversi collegamenti divertenti e anche cameo, ma alla fine sono sempre scene secondarie. Per intenderci non ci sono scene come quella di Nick Fury pronto ad introdurci al progetto Avengers, ergo nessun plot twist così interessante. Insomma più che essere una reintroduzione al MCU, quello che vediamo è solo un altro emozionante capitolo di questa saga. I temi principali della storia sono legati alla famiglia, al lutto e anche a come non bisogna mai abbandonare le proprie origini.

Per quanto riguarda la realizzazione tecnica il film è fatto davvero bene e le parti migliori sono le coreografie dei combattimenti. Soprattutto quella tra Wenwu e Jiang Li (Fala Chen) è una vera e propria danza di arti marziali e poteri magici, il che la mette in netto contrasto alle solite battaglie con tantissimi effetti speciali. Ad accompagnare questa e altre scene c’è una stupenda colonna sonora dai toni orientali realizzata da Joel P. West, la quale riesce sempre a mettere tanta enfasi sulle azioni degli attori su schermo. Forse sono riuscite un po’ meno, invece, le scene quasi completamente in CGI dell’atto finale. Facendo fin troppo uso degli effetti speciali viene a perdersi l’unicità dei combattimenti normali di arti marziali purtroppo. Un aspetto che rimarca ancora di più la natura orientale del film, invece, è l’utilizzo predominante del Mandarino che viene alternato all’inglese classico (o italiano nel doppiaggio). È il primo caso di un film bilingue nel panorama del MCU e, nonostante qualche scetticismo, questa scelta ha funzionato perché consona con le origini dei protagonisti. Avendo visto il film in versione IMAX, inoltre, posso dire che questo nuovo format è decisamente molto più piacevole da vedere almeno per questi tipi di film molto legati al semplice entertainment. Difficile a dirsi se questo può funzionare in altre produzioni, anche se ormai è diventato un standard nel mondo cinematografico.

A conclusione di questa analisi è doveroso anche sottolineare l’ottima performance degli attori, ognuno dei quali lascia il suo marchio nella storia. Come sottolineato anche in una title card finale, rivedremo Shang-Chi in un sequel nel prossimo futuro, un piccolo dettaglio che non si vedeva da un po’. Nelle scene post-credits non è chiaro quale sarà il futuro di questo personaggio nei grandi schemi della Marvel, ma siamo sicuri che avrà un ruolo chiave nella battaglia con il Multiverso ormai in arrivo.


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