Oasis Knebworth 1996: una cartolina rock dagli anni novanta

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“This is history. This is history. Right here. Right now. This is history!”

Queste le parole con cui Noel Gallagher, leader e chitarrista degli Oasis, esordisce sul palco davanti la folla entusiasta di 250.000 persone accorse a Knebworth Park in occasione delle due serate del 10 e 11 agosto 1996.

Ve lo avevamo anticipato qualche mese fa. Oasis Knebworth 1996 è finalmente arrivato nei cinema italiani nella tre giorni del 27, 28 e 29 settembre 2021. Una fotografia fantastica di un’era che non c’è più, l’aveva definita lo stesso Noel, ed effettivamente questa è la sensazione che ho provato uscendo dalla sala cinematografica.

Il film, diretto da Jake Scott, figlio di Ridley, è anzitutto la celebrazione di un percorso che in poco più di due anni portò una band guidata da due scontrosi fratelli provenienti dalle case popolari di Manchester, dai concerti nei pub al successo stratosferico di album come Definitely Maybe (1994) e (What’s the Story) Morning Glory? (1995).

Ma è anche la celebrazione di un mondo passato, pre-internet, dove vivere un concerto significava principalmente esserci. Niente cellulari, nessuna foto o diretta da condividere sui social. Soltanto la comunione irripetibile tra artista, musica e pubblico. E proprio i fan, con le loro testimonianze, diventano il centro dell’opera, rievocando un mondo anni novanta fatto di lunghe file per i biglietti, telefoni analogici e cassette da capovolgere al momento giusto per non perdere un secondo della diretta radiofonica.

Aerial shot of the Oasis show at Knebworth (Photo by Mick Hutson/Redferns)

Chi si aspettava una mera documentazione della performance musicale resterà probabilmente deluso (anche se è già stato annunciato che i due concerti integrali saranno distribuiti in home video per il mese di novembre). I momenti musicali, specie nella seconda parte, sono comunque presenti e di grande impatto. È stato fatto un ottimo lavoro di restauro sulle immagini, che non risentono minimamente degli anni trascorsi, e in particolare il suono. Ascoltare al cinema in sorround 7.1 classici come “Live Forever”, “Don’t Look Back in Anger”, “Champagne Supernova”, ammetto che è stata una goduria per le mie orecchie. Proprio per questo motivo le “intrusioni” dei fan durante i brani, anche se interessanti e delle volte perfino toccanti (vedi quella su “The Masterplan”) rischiano di risultare fastidiose.

Ma se l’obbiettivo era quello di celebrare la simbiosi tra il gruppo e i propri fan, direi che è stato centrato in pieno. Gli Oasis erano infatti questo, senza trucco e inganno: cinque ragazzi della classe operaia che ce l’avevano fatta, capaci di suonare con la stessa attitudine, che si trattasse di un pub di periferia o un parco che aveva ospitato i migliori miti del rock. Pochi virtuosismi o effetti speciali. Tanto cuore, grinta, e perché no, imprevedibilità.

Era una scena che si rialzava dopo anni di appannamento e si apprestava a vivere il periodo della Cool

Così può succedere che Liam Gallagher risponda per le rime alle ammiratrici che gli chiedono di abbassare i pantaloni, o altri simpatici scambi di battute. Perché la musica unisce, che tu sia un famoso musicista o un semplice spettatore tra migliaia, non c’è alcuna divisione.

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