Moon Knight – La serie più distante dall’Universo Marvel

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L’originalità è sempre una caratteristica positiva, soprattutto nel mondo dei cinecomics che sono da sempre accusati di essere dei prodotti “copia e incolla”. La serie diretta da Jeremy Slater è sicuramente riuscita ad imporsi nell’offrire un qualcosa di diverso, anche se è inciampata in diversi punti che andremo ad analizzare in questo articolo.

Come le altre serie approdate sulla piattaforma di Disney+, anche questa fa parte della Fase 4 del Marvel Cinematic Universe. Al centro degli eventi c’è il supereroe Moon Knight, un volto conosciutissimo del mondo fumettistico dato che la sua prima versione creata da Doug Moench (testi) e Don Perlin (disegni) era stata pubblicata nel lontano 1975. Parte fondamentale di questo personaggio è il suo legame con l’Antico Egitto, nello specifico quello con il dio Khonsu che gli garantisce dei poteri sovraumani per proteggere l’umanità dal male e altre divinità non così amichevoli. In una entusiasmante battaglia tra divinità egizie, però, quello che ci colpisce di più è il conflitto interiore dei vari personaggi.

Marc Spector è il personaggio che più di tutti evolve in tanti aspetti in queste sei puntate. Rispetto alla sua controparte fumettistica, in questa versione il suo personaggio soffre di un disturbo dissociativo dell’identità. Marc comincia a sviluppare delle identità alternative alla propria per gestire il dolore causato da un forte trauma famigliare quando era molto giovane, nello specifico è in questo momento che viene a crearsi la figura di Steven Grant. A quest’ultimo è stato dedicato l’episodio pilota e dato il poco carisma del personaggio ed una scrittura non di alto livello, il risultato ha lasciato decisamente a desiderare. Le differenze tra i due protagonisti appaiono fin da subito molto marcate: se da un lato Marc è sicuro di sé e pronto a tutto, Steven è molto impacciato e non riesce a rapportarsi con gli altri. Sono proprio queste caratteristiche che porteranno ad un continuo tra confronto tra i due e, soprattutto, a degli episodi decisamente più avvincenti.

In tutto ciò è doveroso specificare come la doppia (o tripla?) interpretazione di Oscar Isaac abbia letteralmente dato vita a due personaggi così diversi. L’attore sta attraversando un periodo di grazia dopo aver recitato nell’acclamato Dune, una svolta non da poco dopo le sue disavventure nell’ultima trilogia di Star Wars. Il poter svariare tra scene molto drammatiche e altre più da comedy ha dato sicuramente una libertà interpretativa non indifferente all’attore, il quale ha convinto decisamente tutti nella gestione di questi personaggi così complicati. Dalla voce alle vari espressioni facciali, abbiamo visto letteralmente due persone diverse su schermo con lo stesso volto. A rimarcare ancora di più le varie interpretazioni ci sono stati i momenti nei quali Moon Knight e Mr. Knight erano in scena, i quali non fanno altro che enfatizzare le caratteristiche di Marc e Steven. Nello specifico è divertente notare come dietro la creazione del personaggio di Mr. Knight si possano intravedere alcune caratteristiche di Deadpool, uno dei franchise che prima o poi approderà anche in questo universo cinematografico.

Altri aspetti importanti di questa produzione sono lo spazio dedicato ai vari personaggi secondari e alla rappresentazione dell’Egitto, la quale poteva essere un forte punto negativo se fatta nel modo sbagliato. Su quest’ultimo punto il lavoro svolto dal produttore esecutivo Mohamed Diab è stato sicuramente ottimo, soprattutto perché ha fin da subito scelto di evitare il look esotico che di solito viene associato a territori non così noti al pubblico americano. Se consideriamo quanto ormai siano internazionali i prodotti della Disney/Marvel Studios, il dover rendere giustizia ad ogni territorio rappresentato è ormai un punto di chiave di questo tipo d’intrattenimento. Per quanto riguarda i personaggi secondari, invece, quella che ha colpito più di tutti è stata sicuramente Layla El-Faouly (May Calamawy). L’archeologa e moglie di Marc è un personaggio decisamente scaltro e capace di adattarsi in ogni situazione, inoltre per la maggior parte degli episodi va a compensare i vari difetti delle personalità del nostro protagonista. La sua evoluzione nel corso della serie l’ha fatta entrare di diritto nel lungo cast di personaggi femminili ben riusciti del MCU, soprattutto grazie alla sua versione da supereroina nei panni di Scarlet Scarab.

Un altro personaggio ben riuscito è stato sicuramente il villain Arthur Harrow (Ethan Hawke), il quale ci ha mostrato un uomo che cerca a tutti i costi di seguire la propria morale. Lo scontro tra lui e Marc/Steven è stato interessante soprattutto perché alla base ci sono due idee filosofiche a confronto, le quali rappresentano anche le rispettive divinità egizie per i quali combattono. Se Marc è legato a Khonsu e punisce chi ha commesso dei crimini, Arthur è legato ad Ammit e quest’ultima punisce i criminali ancor prima che abbiano avuto modo di commettere un crimine. Insomma non stiamo parlando dei classici cattivoni senza una morale o che attaccano tutti e tutto, ma di una serie di personaggi che cerca di liberare il mondo dal male. La cosa che non funziona in questo frangente, invece, sono tutti le altre divinità che non aggiungono quasi niente alla storia.

Un altro punto non così riuscito è la totale mancanza di un collegamento con il resto dell’universo Marvel. Il voler fare una serie tv scollegata ci può stare, ma raccontare degli eventi così distanti da tutto il resto che stiamo vedendo in questi mesi è sicuramente uno spreco. Una scelta del genere aveva senso durante le prime tre Fasi del MCU, ma ora che la quarta è ancora così aperta si poteva sicuramente dare uno spazio a qualche cameo senza inficiare la qualità del racconto. A questo poi dobbiamo aggiungerci anche la natura stessa di questa miniserie, ovvero il fatto che sia una produzione limitata ad una singola stagione. Non essendoci una nuova stagione in arrivo e nessun altro progetto in vista, è molto probabile che questi personaggi non ritorneranno in futuro. Speriamo ovviamente di essere smentiti, anche perché c’è sicuramente del potenziale qui. In questo contesto, il finale dell’ultimo episodio può esserci d’aiuto in qualche modo: dato che una conclusione vera e propria ai personaggi non c’è stata, possiamo riprenderli con un bel plot twist in futuro…ma se così non fosse, allora questa scelta narrativa sarà stata un pessimo modo di concludere la storia. Cercando una sorta di autorialità aggiuntiva con alcune scene scollegate dal resto della trama, questa serie si conclude cercando di farci pensare come il tutto sia stato un sogno del nostro protagonista.
Un cliché così tanto vecchio e di poco gusto che stona con quanto di buono era stato fatto negli altri episodi.

Per un analisi più approfondita dei vari episodi, vi rimandiamo a questa playlist del nostro canale YouTube.

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