Metallica: 30 anni per il Black Album

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Nelle ultime settimane è caduto il trentesimo anniversario del disco più famoso (e discusso) dei Metallica. L’album che ebbe il merito di spalancare le porte dell’heavy metal al grande pubblico. Un lavoro che cambiò per sempre la storia della musica e della band californiana. Stiamo ovviamente parlando di Metallica, meglio noto come The Black Album, per via della copertina interamente scura dove a malapena si riconoscono il logo del gruppo e un serpente a sonagli simile a quello della bandiera di Gadsden, simbolo della guerra d’indipendenza americana.

Nel 1991 i Metallica, nomen omen, erano già abbastanza famosi. Il loro primo album Kill ‘Em All (1983) seppur acerbo e prodotto con pochissimi mezzi, pose le basi di un genere totalmente nuovo, che avrebbe raggiunto l’apoteosi con i due successivi, considerati tuttora i veri capolavori del gruppo, Ride the Lightning (1984) e Master of Puppets (1986): il thrash metal, un nuovo modo di suonare musica pesante, capace di fondere strutture derivate dal progressive con l’irruenza del punk. Una rivoluzione dal momento che si parla di due stili totalmente agli antipodi.

Nemmeno la tragica morte del bassista Cliff Burton, avvenuta per un incidente durante il tour di Master of Puppets, frena l’ascesa del gruppo, che registra i primi importanti dati di vendita con il quarto album …And Justice for All (1988). A quel punto però i Metallica si trovano davanti a un bivio: continuare senza scendere a compromessi con il mercato oppure tentare spudoratamente la carta del grande successo? Il risultato di questo conflitto è proprio il quinto album.

Intendiamoci, Metallica non è un disco pop, ne tantomeno un ammiccamento plateale alle logiche del mercato discografico, tuttavia è indubbia l’evoluzione commerciale rispetto ai precedenti lavori. Il suono classico della band viene levigato, reso più accattivante, grazie in particolare al lavoro del produttore Bob Rock, reduce in quel momento dal successo di Dr. Feelgood dei Mötley Crüe. Le vecchie cavalcate ruvide e irruente lasciano il posto a una band forse meno estrosa ma sicuramente più consapevole dei propri mezzi tecnici. James Hetfield è nel pieno della maturazione come cantante e compositore, Kirk Hammett rilancia con alcuni dei suoi migliori assoli di sempre, Lars Ulrich suona bene come non mai, e finanche l’ultimo arrivato, Jason Newsted, riesce a ritagliarsi un proprio spazio importante.

D’altronde, come si dice, le cose semplici sono le più difficili: comporre un riff memorabile alla “Enter Sandman” è impegnativo quanto ideare una intera suite cinematografica, alla “One” per intenderci. Ed è questa formula che permette ai Metallica di fare breccia nel mainstream senza dover snaturare troppo la loro attitudine tradizionale, proponendo sempre musica pesante, ma ora maggiormente orecchiabile e immediata.

Identico discorso per una ballata come “Nothing Else Matters”, forse il successo maggiore del quartetto, che seppur priva della pomposità epica di classici quali “Fade to Black” o “Welcome Home (Sanitarium)”, riesce a fare breccia nel cuore degli ascoltatori grazie a un semplice quanto riuscito arpeggio di chitarra acustica

Così come semplice ma vincente è “The Unforgiven”, che senza inventarsi niente, risulta diversa da tutte le altre ballate invertendo la tradizionale struttura strofa lenta-ritornello aggressivo.

Tutti brani che spopolarono in radio, facendo felice il conto in banca del gruppo, ma di certo molto meno i vecchi fan, che gridarono subito al tradimento. I Metallica? Coloro che un tempo rifiutavano perfino i video musicali, d’un tratto divenuti celebrità di MTV? Pressapoco sarà stata questa la reazione, immagino. Girano addirittura leggende metropolitane riguardo persone che diedero fuoco al disco dopo averlo ascoltato una prima volta.

Premettendo che questo discorso potrebbe avere senso tenendo conto dei successivi, deludenti, lavori del gruppo (aspettate di sentire il country in Load…) le critiche che spesso leggo verso il Black Album sono a mio giudizio gratuite e pretestuose. Primo perché è un disco di oggettiva qualità, nonostante le differenze coi capolavori che lo hanno preceduto, secondo perché non è per nulla scontato rendere accattivante un certo tipo di sonorità presso il circuito radiofonico commerciale. Come valore aggiunto, inoltre uscì fuori con un tempismo eccezionale, pochi mesi prima che la scena grunge di Seattle spazzasse via qualsiasi residuo di metal classico. Fu dunque l’ultimo colpo di coda, oltre che l’apoteosi commerciale, di un genere che da lì in poi non sarebbe mai ritornato lo stesso.

30 milioni di copie vendute, primo posto in una decina di paesi, oltre 500 settimane in classifica, numeri che farebbero impressione a chiunque, figurarsi per una band e un genere fino ad allora considerati di nicchia.

Per celebrare questo incredibile successo è uscita pochi giorni fa, il 10 settembre, una edizione speciale per il trentennale, contenente oltre all’album originale rimasterizzato, una raccolta inedita intitolata The Metallica Blacklist: i 12 brani del Black Album rivisitati da 50 artisti di genere e culture diverse. Così si passa dal pop di Elton John e Miley Cyrus, che rileggono “Nothing Else Matters”, alla musica elettronica e l’hip-hop, senza tralasciare le più canoniche cover rock (Ghost, Weezer, Royal Blood, Corey Taylor, Volbeat). C’è posto anche per Dave Gahan, che ripropone una “Nothing Else Matters” che sembra uscita da un album dei Depeche Mode, e il cantante spagnolo Juanes con una “Enter Sandman” quasi funkeggiante. A riprova dell’importanza trasversale di Metallica nel panorama musicale mondiale. Con buona pace dei detrattori.

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