Måneskin, altro che zitti e buoni: tanto rumore per nulla

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Non vi fermate al titolo. Questo articolo non vuole per nulla essere un attacco a un gruppo di ragazzi, che anzi sta avendo il merito di introdurre ad un universo più o meno rock una generazione per anni ottenebrata dalle derive trap o simili. In verità ci si chiede: perché tutto questo parlare dei Måneskin? D’altronde, come affermano loro stessi nel loro ultimo successo, “Parla, la gente purtroppo parla, non sa di che cosa parla“… sarà vero?

Lo ammetto, il primo scettico ero io, per natura diffidente a qualsiasi cosa passi dal carrozzone dei cosiddetti talent show. Ma non voglio fare un articolo sull’argomento. Mi limito solo a dire che le uniche cose che conoscevo dei Måneskin prima della vittoria sanremese erano i due singoli passati per radio, la funkeggiante “Morirò da re” (piacevole sorpresa) e la melensa “Torna a casa” (già qua, dicevo, rischiavano di prendere una brutta strada). Quando ho letto che si sarebbero esibiti al Festival della canzone italiana, mi aspettavo qualcosa sulla falsariga dell’ultimo brano. Già in passato la kermesse aveva provato a diversificare la propria offerta chiamando artisti meno legati ai canoni della musica leggera italiana, seppur con risultati altalenanti (Pelù che passa per “trasgressivo” perché prende la borsetta a una signora, siamo seri?). Non è il caso dei Måneskin, che non solo hanno deciso di presentarsi con un brano che rock lo era per davvero, checché ne dica il metallaro medio, ma addirittura sono riusciti a trionfare contro un pezzo che sanremese invece lo era fino al midollo. Certo, “Zitti e buoni” non sarà un brano capace di rivoluzionare la musica italiana, ma perlomeno si ritorna a sentire qualche chitarra elettrica all’interno del sempre più desolante conformismo electro-rap. Inoltre, tale vittoria ha permesso al gruppo di rappresentare l’Italia all’Eurovision Song Contest.

È infatti qua che arriva la vera consacrazione, con un secondo trionfo, stavolta accompagnato da polemiche. Tutte basate su una semplice quanto equivoca immagine. In parole povere: mentre viene annunciata la vittoria della band, si vede il cantante Damiano abbassato su un tavolino per una fantomatica tirata di coca in diretta televisiva. Per dimostrare la sua “innocenza”, lo stesso si è poi sottoposto a un test antidroga risultando negativo. La polemica è continuata anche nei giorni scorsi, coi francesi, arrivati secondi dietro l’Italia, che hanno continuato a chiedere la squalifica del gruppo. E già prima dell’Eurofestival, si era sollevato un piccolo caso poiché il gruppo era stato costretto a tagliare alcune parti di testo dalla loro “Zitti e buoni”.

Eccoci arrivati al punto: il mainstream non riesce a parlare di rock senza fare riferimento agli abusati cliché di sesso & droga. Perché sì, si sdogana tranquillamente l’hip-hop, che di volgarità ne è pieno senza che nessuno si scandalizzi, mentre c’è un’idea di rock rimasta ferma a decenni fa, senza contare chi si scandalizza ancora per il look androgino, già ampiamente sdoganato dalla scena glam rock negli anni settanta.

Ed è un peccato, perché sarebbe importante dare maggiore risalto alla musica di questi quattro ragazzi giovanissimi, vent’anni a malapena, come cantano in uno degli episodi più riusciti del loro ultimo lavoro Teatro d’ira – Vol. I. Ma soprattutto bisognerebbe ringraziarli, perché per una volta sono riusciti a esportare all’estero una immagine della musica italiana capace di andare oltre la solita lirica o pop orchestrale. Sperando non si perdano per strada, o peggio, travolti da queste stupide polemiche, lunga vita ai Måneskin. Il rock non è morto.

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