La non-risurrezione di Matrix

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I sequel sono quasi sempre un investimento assicurato, purtroppo non è questo il caso.
La trilogia originale di The Matrix ha cambiato profondamente il mondo del cinema, sia dal punto di vista narrativo che puramente tecnico. Arrivato al pubblico negli anni in cui i mondi digitali erano ancora embrionali, il primo film ci ha mostrato un mondo così reale ed irreale che ha affascinato proprio tutti. La serie, poi, ha avuto anche un grosso impatto a livello culturale dato che dietro la concezione del film c’erano tantissimi rimandi a tante altre opere: da Ghost in the Shell al mito della caverna di Platone che sta alla base del racconto. Insomma non stiamo parlando del classico film hollywoodiano fatto di scene d’azione un po’ a caso, ma di un’opera che pone delle domande agli spettatori e tratta temi decisamente complicati. Nascondendo neanche così velatamente una critica alla società capitalista moderna, il franchise creato dalle sorelle Wachowski con gli anni è diventato una pietra miliare del cinema e del sci-fi.

La filosofia era sempre centrale in ogni aspetto della trilogia: dalla caratterizzazione dei personaggi ai vari conflitti che li vedevano protagonisti. Giusto per fare un esempio la guerra tra le macchine e la razza umana si basava sul controllo opposto al libero arbitrio, essenzialmente l’ordine a confronto con il caos delle scelte umane. Un altro tema portante era il confronto tra realtà e finzione, le quali andavano di pari passo nel mondo digitale di Matrix creato proprio per mantenere sotto il controllo gli umani usati come batterie. A tutto ciò possiamo anche collegarci il ruolo del destino che ha quasi sempre guidato o messo alla prova i vari personaggi. A distanza di anni è stato anche possibile rivedere la trilogia originale come una grande metafora dell’essere transgender, la quale è stata anche confermata da Lilly Wachowski in un’intervista qualche tempo fa. Se siete interessati, vi consigliamo di leggere il thread in basso.

Il primo capitolo della saga ha sbalordito letteralmente tutti tra critica e fan, mentre i due sequel arrivati poco tempo dopo non hanno saputo rispettare così tanto le attese. Stiamo pur sempre parlando di ottimi film, ma che per diversi motivi vengono sempre ritenuti dalla maggior parte del pubblico inferiori al capitolo originale. Potremmo chiamarla la “maledizione dei sequel” che affligge tantissime opere, soprattutto quelle che finiscono col perdere la loro originalità (Assassin’s Creed?). Era alquanto scontato, dunque, che il nuovo film The Matrix Resurrections doveva in qualche modo scontrarsi con i suoi capitoli precedenti e cercare di uscirne vincitore. Al netto di alcune ottime idee che ci hanno fatto rientrare in questo fantastico mondo digitale, purtroppo tutto il resto è decisamente deludente.

Tutti gli aspetti che continuano ancora oggi a rendere i primi tre film così unici sono diventati, ora, degli esempi chiari di come il sequel abbia fallito in più punti. Invece di farci vedere un evoluzione naturale della storia e dei suoi personaggi, quello che vediamo è essenzialmente uno sforzo per permettere ai vari attori di ritornare sullo schermo in ruoli ormai iconici. Di solito una soluzione del genere ci può stare se abbiamo di fronte un contesto che non vuole prendersi troppo sul serio, non a caso abbiamo analizzato un esempio di questo tipo in un altro articolo. Purtroppo il contesto di Matrix è molto diverso, ergo accettare silenziosamente quanto accade su schermo senza farsi domande è l’antitesi di quanto la saga originale chiedeva ai suoi fan. L’idea di costruire la storia sui deja-vu dei vari personaggi ed eventi è interessante, ma da lì a poco finisce con un classico citazionismo fine a sé stesso senza mai introdurci qualcosa di veramente nuovo e/o interessante.


Analizzando il film si capisce fin da subito che ci sono davvero fin troppe idee in netto contrasto tra di loro, soprattutto nella costruzione dei personaggi e della sceneggiatura. Il primo personaggio che salta subito all’occhio è Morpheus (Laurence Fishburne) una delle figure più importanti della trilogia originale. Per giustificare la riscrittura del personaggio e anche il nuovo attore (Yahya Abdul-Mateen II), si è pensato di rendere canonici gli eventi del gioco The Matrix Online. Rimasto attivo per pochi mesi, questo mmo rpg online ha mandato avanti la storia del franchise dopo il finale di Revolutions. In questo piccolo videogioco è stata narrata la morte del leader della ribellione umana tanto amato dal pubblico. Siamo di fronte ad una situazione smile a quella di The Rise of Skywalker: eventi importanti della storia accadono al di fuori della pellicola e sta agli spettatori trovarli dato che nella narrazione il tutto viene ignorato o non mostrato affatto. Nell’economia della storia il suo ruolo è stato ridotto a quello di un personaggio secondario, creato forse per fare contenti i fan. Alcuni elementi narrativi interessanti ci sono (la sua natura metà umana e metà macchina), ma essi non vengono mai analizzati a dovere. Insomma non sempre il fanservice è un’ottima scelta, soprattutto quando si cerca di dare ai fan qualcosa che difficilmente potrà piacergli.


Questo problema si rivede anche nel duo formato da Neo (Keanu Reeves) e Trinity (Carrie-Anne Moss), i quali sono stati letteralmente resuscitati nella storia. Purtroppo per tutti queste nuovi versioni dei personaggi sono molto lontane dai fasti dei capitoli originali, vuoi per l’età degli attori o per la pigrizia di una sceneggiatura che non propone mai qualcosa di nuovo. Neo è ridiventato Thomas Anderson, un celebre sviluppatore del videogioco Matrix e non ha alcun ricordo della sua vita passata. Anche Trinity subisce la stessa sorte e diventa Tiffany, una semplice madre che vede tutti i giorni il signor Anderson ad un bar senza mai parlarci. Tutti si aspettavano di vedere questi due personaggi evolversi come nei vecchi film, ma sfortunatamente questo non accade. La trama, purtroppo, rimane ancorata alla premessa iniziale e da lì non si muove mai per tutto il resto del film. Essenzialmente la sceneggiatura impone di dover salvare i due protagonisti dalle grinfie di questo nuovo mondo virtuale e per raggiungere questo obiettivo si decide di cambiare anche il canone della serie. Ad esempio il retcon per giustificare i poteri dei due personaggi viene strutturato davvero male, soprattutto quando il tutto si traduce nel rendere più “attiva” la co-protagonista femminile. Sia chiaro è bello vedere un personaggio femminile più attivo in questo franchise, ma è davvero un peccato vedere l’Eletto sprovvisto di cosa lo rendeva speciale nei capitoli precedenti.


A dirigere questa nuova versione del mondo digitale c’è l’Analista (Neil Patrick Harris), essenzialmente una nuova macchina che ha preso il posto del vecchio Architetto e ha ricreato Matrix. Il mondo digitale è stato aggiornato al ventunesimo secolo, incorporando tutti gli elementi che conosciamo oggi: i vari social media, cellulari e connessioni ovunque. In questo ambiente del tutto nuovo c’è anche il caro Agente Smith (Jonathan Groff), il quale è ha delle sembianze del tutto nuove ed è completamente spaesato nel racconto. Purtroppo l’attore originale Hugo Weaving non si è riunito al resto del cast e così si è dovuto trovare un sostituto…il quale non raggiunge minimamente lo spessore del suo predecessore. L’inclusione di questo personaggio nel racconto è una scelta decisamente incomprensibile: Smith ora è un programma libero e non più un virus come in passato, ergo non è obbligato da nessuno a confrontarsi di nuovo con Neo. Nonostante questo premesse i due si trovano di fronte l’uno contro l’altro, ma quello che vediamo è veramente una brutta copia di scene iconiche del passato. Il plot twist che cambia le carte in tavola arriva solo verso il finale del film, ma anche questo dura pochissimo e non riceve alcun approfondimento.


Dopo aver analizzato i vari personaggi e le premesse narrative, bisogna dire qualcosa anche sul finale del film. In linea di massima è fatto bene, ma è alquanto deludente come conclusione finale di tutta la saga. La parte sicuramente più riuscita è quella che vede, ancora una volta, Trinity al centro dell’azione che riprende il controllo di sé stessa. Sicuramente è un bel messaggio da mandare al pubblico, ma gli sceneggiatori potevano esporsi un po’ di più per cercare di farci intuire l’esito della guerra tra la razza umana e le macchine. Lana Wachowski si è occupata sia della regia che della sceneggiatura di questo sequel realizzando un film fortemente metacinematografico, ovvero all’interno del quale si parla della produzione stessa del sequel (con il parallelo di quello videoludico) a distanza di così tanti anni con l’inclusione diretta della Warner Bros nella trama. La scelta è sicuramente audace, soprattutto perché riesce a mostrarci cosa si cela dietro la produzione dei videogiochi moderni. Per quanto posse risultare interessante a prima vista tutto questo discorso sul metaverse (cinema, videogiochi, società, relazioni umane, ecc.), più si va avanti e più ci rendiamo conto che il tutto serve solo per nascondere i pochissimi contenuti di questo capitolo. Se il meta non ci colpisce o ci attrae come dovrebbe, ciò che resta è una chiara involuzione narrativa della saga. Per darvi un’idea è doveroso precisare che una piccolissima parte di persone ha abbandonato la simulazione virtuale dopo il finale della trilogia e gli anni successivi. Evidentemente nessuno vuole davvero andarsene, ergo perché combattere se le vittorie non portano ad un cambiamento? Nessuno sembra porsi questa domanda e tutti sono fiduciosi che qualcosa cambierà in futuro, eppure siamo già a 4 film e senza un capitolo successivo è chiaro che non vedremo questa ribellione. Sarebbe bastato un piccolo dettaglio per chiudere decentemente l’epopea dei nostri protagonisti, invece abbiamo un finale apertissimo e molto vago. Sicuramene l’idea era di darci le stesse emozioni del 1999, ma nemmeno l’aggiunta di Wake Up dei Brass Against (cover dell’omonima canzone dei Rage Against the Machine) riesce nell’intento.

Probabilmente il modo migliore per capire come si è arrivati a questa produzione sono le parole di Lana Wachowski: “Non potevo avere mia madre e mio padre… eppure all’improvviso ho avuto Neo e Trinity, probabilmente i due personaggi più importanti della mia vita. È stato subito confortante avere di nuovo in vita questi due personaggi.” La creazione del film è stata la risposta ad un lutto, il quale è stato assopito ridando vita a questi due personaggi. Tutto il resto della storia è stata una conseguenza nel voler far contenti i fan creando un prodotto che richiamasse quanto d’iconico c’era nel franchise e, allo stesso tempo, criticare anche tutta questa ossessione per la produzione di sequel dell’industria hollywoodiana.


Per quanto riguarda l’aspetto tecnico, il film è decisamente altalenante. La regia e soprattutto la fotografia sono molto curate, ma non si può dire lo stesso di tutto il resto. Sono assenti le varie coreografie spettacolari dei combattimenti, così come gli effetti speciali non sorprendono come ci si poteva aspettare. In tutto ciò fa alquanto sorridere che i film dei primi anni 2000 abbiano una CGI migliore di uno del 2021, ma ahimè questa è la realtà. Le famosissime scene in bullet-time ritornano in questo quarto capitolo con delle scelte davvero pessime, una di queste è quella di far vedere alcuni personaggi a scatti mentre altri sono in slow motion. Essenzialmente sembra di vedere un videogioco affetto da stuttering, ovvero quando su schermo vediamo un tempo irregolare nella resa dei fotogrammi che rendono l’immagine a scatti. Esattamente come quando mi lamentavo di altre scelte stilistiche, rendere la semplice visione più difficile per lo spettatore non è quasi mai la scelta giusta. Un aspetto positivo, invece, è la colonna sonora composta da Johnny Klimek & Tom Tykwer, i quali hanno sostituito Don Davis che aveva lavorato alla trilogia originale. La musica che accompagna il film riesce sempre ad esaltare l’azione su schermo, così come anche richiamare i temi musicali iconici del franchise. Infine anche il lavoro svolto nel mantenere il design cyberpunk (o quasi) riesce decisamente a colpire, soprattutto quando si tratta di mostrare l’alternativa nei costumi tra la realtà e la simulazione virtuale.

 


Chiudiamo questo articolo parlando anche dell’interessante demo The Matrix Awakens, realizzata con l’Unreal Engine 5 e disponibile su PlayStation 5 ed Xbox Series X/S. Questo tentativo di rendere giocabile l’universo creato dalle sorelle Wachowski su sistemi di ultima generazione è sicuramente apprezzabile, soprattutto se consideriamo tutte le nuove tecniche utilizzate da Epic Games per ricreare gli attori in versione digitale. Insomma dal punto di vista tecnico è sicuramente un bel prodotto, mentre non si può dire lo stesso dal lato narrativo. In quei dieci minuti di trama Keanu Reeves ci propone, ancora una volta, domande su quale sia la realtà davanti ai nostri occhi e soprattutto si chiede quali opportunità narrative potranno darci i mezzi tecnologici alla base della demo. Una bella premessa per introdurre qualcosa di nuovo, giusto? Purtroppo no, infatti il gioco si muove essenzialmente su binari prestabiliti dove il giocatore può interagire in piccole sezioni a tempo. Nonostante le scene siano molto belle da vedere e giocare, fa abbastanza ridere lanciare promesse sul futuro dell’intrattenimento e poi utilizzare tecniche di gameplay considerate da tutti super datate. Certo la demo si pone essenzialmente come un prodotto di puro marketing legato al film ed era difficile vedere qualcosa di più date le tempistiche, ma almeno potevano regalarci un qualcosa di più sul lato interattivo. Un aspetto particolare di questa demo è anche il suo essere legata ai vecchi film e non al nuovo, infatti si vede Neo versione Superman svolazzare via. Evidentemente anche chi ha lavorato a questo prodotto si è reso conto che era difficile realizzare qualcosa di simile basato su Resurrections. Ultimo dettaglio di questo prodotto è l’opzione di poter esplorare quasi del tutto liberamente la metropoli del gioco, una bella feature che è accompagnata da una photo mode piena di tante opzioni.

Più che una resurrezione del franchise, abbiamo visto ad uno spin off che non porta da nessuna parte. Nonostante i vari richiami all’iconica trilogia, a colpire di più di questo nuovo Matrix è la volontà di legarsi fin troppo alla nostra contemporaneità senza capire che il successo della saga si legava anche ad un comparto narrativo di prim’ordine.

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