Gli spietati: il western revisionista di Clint Eastwood

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Big Whiskey, Wyoming, 1880.
È notte, fuori diluvia. Dentro un saloon-bordello una prostituta viene sfregiata in volto da un cowboy avventato. Stanche di questi soprusi, le altre prostitute decidono di mettere una taglia di mille dollari sulla testa dell’uomo.
La voce si sparge subito in giro, così entra in scena uno strano trio composto da Kid Schofield, aspirante quanto ingenuo pistolero, che coinvolge due ex-fuorilegge attempati: Ned Logan (Morgan Freeman) e il famoso ammazzacristiani William “Will” Munny (Clint Eastwood).
Ma Will non è più quello di una volta. Da una decina d’anni conduce una tranquilla vita di allevatore di bestiame insieme ai due piccoli figli, che insieme alla moglie, da poco morta per un male incurabile, lo hanno convinto a rinnegare il proprio crudele passato.
Al povero vedovo tuttavia servono soldi per poter garantire un futuro dignitoso alla famiglia, decide per cui, tra molte reticenze, di reindossare i panni che furono.

Anche Clint Eastwood è maturato nel corso degli anni. Non è più l’uomo senza nome, la maschera leoniana della cosiddetta “trilogia del dollaro” (Per un pugno di dollariPer qualche dollaro in più Il buono, il brutto, il cattivo) ne tantomeno il giustiziere urbano di Ispettore Callaghan: il caso Scorpio è tuo!, primo capitolo di una saga di cinque film, che gli aveva attirato le critiche di certa stampa che lo bollava come “fascista”.
Adesso n
on abbiamo più un pistolero misterioso o infallibile, ma un uomo fragile, con i suoi fantasmi, che fatica perfino a montare a cavallo e tenere a bada i maiali del suo ranch.
Già nel suo primo capolavoro da regista, Il texano dagli occhi di ghiaccio (1976) Eastwood aveva tentato di scrollarsi di dosso la sua tipica immagine, presentandoci le vicende di un uomo, Josey Wales, che per quanto forte e valoroso non poteva far altro che arrendersi al cambiamento dei tempi. Il film era infatti una rilettura critica della guerra di secessione americana vista dalla parte degli sconfitti. Ma qui siamo oltre.
Non c’è nulla di eroico in Will Munny. È solo un vecchio criminale incapace finanche di tenere fede alla promessa fatta alla moglie, di farla finita una volta per tutte con gli antichi vizi.
Quello de Gli spietati, come d’altronde ci suggerisce il titolo stesso (che in lingua originale suona ancora più evocativo, Unforgiven, ovvero “non perdonati”) è un mondo di peccatori dove non c’è possibilità alcuna di redenzione, dove tutti sono ugualmente colpevoli.
Anche le stesse prostitute, vittime della violenza originaria e gratuita, si rivelano fin troppo vendicative mettendo una taglia non solo sul molestatore, ma sull’amico che era con lui quella sera, il quale aveva anzi cercato di salvare la ragazza fermando il compagno.
Ed è questa sete di vendetta che preleva Munny dal presente per ricondurlo al proprio passato.

-“È una cosa grossa uccidere un uomo: gli levi tutto quello che ha, e tutto quello che sperava di avere.”
-“Ma quelli se lo meritavano”; -“Tutti ce lo meritiamo, Kid.”

Il film esce a seguito di quello che è stato forse il decennio peggiore per il genere western, gli anni ottanta, complice in particolare il clamoroso fiasco al botteghino di Michael Cimino con I cancelli del cielo (1980).
Eccetto rare eccezioni, come Silverado di Lawrence Kasdan e Il cavaliere pallido dello stesso Eastwood, entrambi del 1985, nessuno sembrava più interessato a quelle che un tempo erano
le epiche storie di lotta tra il bene e il male, gli eroi americani contrapposti ai malvagi nativi indiani.
Il genere si era nel frattempo evoluto rispetto ai classici di John Ford.
N
el 1970 fece scalpore la pellicola di Ralph Nelson Soldato blu, tra i primi western a schierarsi apertamente dalla parte degli indiani d’America, il nemico, condannando non soltanto le ipocrisie del mito fondativo statunitense, ma in parallelo anche la contemporanea guerra del Vietnam.
Eastwood stesso, nel già citato Il texano dagli occhi di ghiaccio, presentava uno dei primi personaggi indiani dai connotati umani, il capo comanche Orso Bruno, alleato del protagonista nella lotta ai coloni nordisti.
Il vero scossone arriva però negli anni novanta, quando il genere viene ormai dato per morto.
Nel 1991 Kevin Costner fa incetta di Oscar col suo Balla coi lupi, altra rilettura critica della guerra di secessione e dei massacri americani contro le tribù native.
Due anni dopo segue Gli spietati, che porta a casa quattro statuette (tra cui miglior film e miglior regia) ribadendo che i vecchi cowboy non hanno intenzione di appendere gli stivali al chiodo. E Gli spietati rappresenta la perfetta chiusura di questo cerchio, un ritorno alle origini ma al tempo stesso anche un definitivo distacco.

-“Ho ucciso donne e bambini, ho ucciso creature che camminano e strisciano in tempi lontani, e ora sono qui per uccidere te, Little Bill, per quello che hai fatto a Ned.”

Will Munny non è in lotta contro un nemico o delle istituzioni, non gli importa niente di quelle prostitute che nemmeno conosce, è solo alla ricerca di una pace impossibile da trovare.
Deve infatti fare i conti con lo sceriffo Little Bill Daggett (Gene Hackman) il quale poco approva la decisione delle ragazze ed è intenzionato a perseguire brutalmente chiunque metta piede nel suo territorio per riscuotere la taglia. Ne fa le spese dapprima un bounty killer d’oltreoceano, Bob l’inglese (Richard Harris) ma soprattutto Ned, il vecchio compagno d’avventura di Munny.
Ed è qui che riaffiora il killer sanguinario di una volta. Ora non si tratta più di una questione di soldi, ma di un affare personale. Se il resto del film poteva essere visto come un superamento del modello classico, con il protagonista stanco e riluttante, nel finale si ha di nuovo un mondo privo di leggi se non quella del più forte.
Munny entra nel saloon, uccide Little Bill, spara e minaccia qualsiasi cosa gli capiti a tiro, prima di dissolversi nel nulla. Solo così può forse mettere fine a questo ciclo interminabile di violenza.

Quello di Munny non è il commiato di un personaggio ma di un intero genere.
Negli anni Eastwood realizzerà altri film, per la maggior parte acclamati dalla critica, da tempo riappacificatasi con lui
, ma di western (per ora) nessuna traccia. Il passato resta comunque ad attendere dietro l’angolo.
Gli spietati si chiude con una dedica a Sergio Leone e Don Siegel, i due registi, all’epoca da poco scomparsi, che più di tutti avevano cementato il mito Eastwood. Mito che ancora oggi, a novant’anni, continua a vivere.

 

 

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