Elton & Freddie, ovvero: come realizzare un buono e un cattivo biopic

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Diciamocelo in modo chiaro: cimentarsi con un biopic non è mai una cosa semplice. Come è possibile conciliare una biografia accurata con le esigenze di un copione cinematografico? Come è possibile accontentare allo stesso modo il fan incallito di un dato artista e il pubblico occasionale che ha solo voglia di gustarsi un buon film? L’operazione è pericolosa, il rischio di scontentare tutti dietro l’angolo.

Eppure negli ultimi anni il genere sembra aver preso sempre più piede; restando nel solo ambito musicale, abbiamo avuto Bohemian Rhapsody (Freddie Mercury), Rocketman (Elton John), The Dirt (Mötley Crüe), e perfino in Italia sono arrivati degli esempi, con i film dedicati a Fabrizio De André e Mia Martini. È indubbio che l’incredibile successo di Bohemian Rhapsody abbia spianato la strada agli altri lavori, ma siamo sicuri che quest’ultimo sia un valido esempio di biopic musicale? Per chi scrive, assolutamente no. Anzi, dovendo scegliere un modello di ispirazione la mia scelta cadrebbe piuttosto su Rocketman. E vi spiego anche perché.

I “veri” Elton & Freddie nei primi anni ottanta

Partiamo dagli aspetti in comune, che riguardano innanzitutto i due protagonisti, Elton John e Freddie Mercury: entrambi cantanti, musicisti particolarmente dotati al pianoforte, eclettici, omosessuali, tutt’e due emersi all’interno della scena glam britannica degli anni settanta. Le analogie si fermano qui, perché i film si strutturano in maniera diversa. Se in Bohemian Rhapsody abbiamo un racconto biografico dall’impostazione abbastanza classica, Rocketman opta invece per la formula del musical. Ed è questa scelta che si rivela vincente.

Rocketman è una vera e propria seduta psicanalitica in cui viene interrogata la vita di Elton John, con i suoi fantasmi, le sue debolezze; non a caso il filo conduttore che apre e chiude il film è la vicenda del cantante in riabilitazione da alcol e droghe. I vari momenti musicali intervengono nel racconto con la funzione di flashback, ricordi atti a costruire lentamente il mosaico di una personalità complessa in cui il rocketman, l’Elton superstar, ha oramai perso qualsiasi contatto terreno con l’Elton uomo. Ad ogni fase corrisponde un brano celebre della sua carriera: ascesa (“Saturday Night’s Alright for Fighting”, “Crocodile Rock”), eccessi (“Honky Cat”, “Bennie and the Jets”), caduta (“Sorry Seems to Be the Hardest Word”, “Goodbye Yellow Brick Road”), risalita (il brano che dà il titolo al film, in quella che è forse la sequenza più toccante ed emozionante). Questa impostazione permette dunque un utilizzo dei brani libero da stringenti logiche temporali (in modo tale che anche l’Elton bambino possa intonare “I Want Love”, uno dei successi più recenti del cantante).

Bohemian Rhapsody, come dicevo, cerca invece di muoversi su coordinate più tradizionali. Anche qui c’è una struttura circolare, che ruota attorno al celebre concerto del Live Aid, per molti l’apice della carriera dei Queen; ed effettivamente le sequenze dal vivo, riprodotte in ogni minimo dettaglio, sono le migliori del film. Il problema è che la stessa cura non viene riservata nel resto del lavoro. Infatti, laddove Rocketman delegava in maniera intelligente il racconto di una vita intera alla musica, Bohemian Rhapsody risulta fin troppo didascalico nella struttura e nella narrazione, facendo emergere tutti i difetti tipici del genere biopic. Di conseguenza abbiamo diverse forzature e anacronismi, che non sono più giustificabili come nel film di Elton John, ma che finiscono per dare una chiave di lettura totalmente distorta sui Queen e il loro leader Freddie Mercury.

Freddie, Rami Malek e l’orrenda dentiera

Proprio la caratterizzazione del protagonista è paradossalmente il punto debole di tutto il film, certo non per colpa del bravo Rami Malek, premiato anche con un Oscar (forse un po’ azzardato). A partire dal trucco, con quella esagerata e fastidiosa dentatura artificiale, il film rivela di non essere tanto interessato a fornirci un ritratto accurato del cantante, quanto piuttosto una maschera, oserei dire macchiettistica. Ne esce fuori un personaggio molto più piatto rispetto a quello visto in Rocketman, dove le stravaganze dell’Elton John di Taron Egerton erano comunque giustificate dalle insicurezze interiori del personaggio, qui privato di un sottotesto psicologico capace di farne comprendere azioni e capricci da star, soprattutto nella seconda parte di film.

Da fan dei Queen ammetto di aver faticato non poco ad empatizzare con un personaggio del genere. E le molte licenze poetiche nella storia di certo non aiutano: ora, capisco la necessità di condensare in poco più di due ore circa quindici anni di avvenimenti, capisco che molte cose siano state tagliate oppure modificate, però è veramente inconcepibile la manipolazione gratuita di alcuni fatti, come se i problemi interni al gruppo fossero imputabili al solo Mercury (qualsiasi libro o biografia del gruppo vi dirà l’esatto contrario). A pensar male si fa peccato, ma l’impressione è che si tratti di una rilettura agiografica della storia queeniana tramite gli occhi degli unici due superstiti del quartetto: il chitarrista Brian May e il batterista Roger Taylor.

E forse è proprio una rilettura dei fatti così semplicistica, edulcorata e furba, che ha garantito l’enorme successo del film, il quale ha sfiorato il miliardo d’incasso al botteghino. Perché è inutile negarlo, la pellicola scorre bene, non presenta momenti di stanca, e il montaggio riesce perfettamente a legare i diversi momenti tra loro. Tuttavia si ripropone il problema che avevo accennato nelle prime righe: cos’è più importante, presentare una storia fedele o realizzare un film godibile per il grande pubblico? Rocketman ci insegna che è possibile conciliare le due cose. Bohemian Rhapsody, ripeto, assolutamente no.

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